Noi studiosi di cose dantesche, nonostante sette secoli di indagini ininterrotte circa la vita del Sommo Poeta, continuiamo a chiederci come Alighieri sia riuscito a comporre, in perfetta solitaria, opere come Il Fiore (23 mila versi), i 5 Libri del Convivio, la divina Comedìa (14.233 versi), la Vita Nova (42 capitoli), il De vulgari eloquentia, i 3 Trattati della Monarchia, le Epistole (14 protocolli diplomatici), le centinaia di Rime, le Egloghe, la Quaestio e una nutrita Miscellanea.
Il tiranno tempo materiale
La prima considerazione da farsi in proposito è relativa al tiranno tempo materiale (tempus fugit!, dicevano i latini) inevitabilmente necessario alla preparazione, prima, e alla stesura, poi, di quei componimenti, considerando che nei cinquantasei anni da lui vissuti (1265-1321) diverse furono le distrazioni da tenere presenti:
Una vita difficile
- Dante diventa orfano di madre a soli cinque anni.
- Subito dopo il padre, Alighiero II, si risposa con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Il bimbo va a vivere con la matrigna e due fratellastri (Tana e Francesco).
- A dodici anni perde anche il padre e da orfano viene ospitato nei collegi religiosi forentini di Santa Croce e Santa Maria Novella.
- A diciotto anni, ottenuta la maggiore età riservata agli orfani dagli Statuti di Firenze, inizia a viaggiare e frequentare le brigate goderecce e spenderecce che gozzovigliano sull’Arno.
- A venticinque anni si dà alla vita militare come feditore a cavallo e combatte vittoriosamente a Campaldino (11 giugno 1289).
- Contemporaneamente intraprende la carriera politica nel partito dei guelfi bianchi.
- Il 15 giugno dell’anno 1300 viene eletto, per un bimestre, fra i priori della città con grande impiego di energie fisiche e mentali.
- Nella primavera del 1302, a seguito di un colpo di stato operato dai guelfi neri, viene condannato doppiamente al rogo ed al taglio della testa (Comburetur sic quod morietur e Caput amputetur a scapulis recitano le sentenze) per corruzione e baratteria.
- Non rientra a Firenze da Roma, dove è in ambasceria presso papa Bonifacio VIII. Inizia un esilio\vagabondaggio come bandito, che per diciannove anni lo porta a provare come sa di sale lo pane altrui e com’è duro calle lo scender e il salir per l’altrui scale presso le varie signorie italiane a Siena, Verona, Poppi, Forlì, Rimini, Urbino, Treviso, Bologna, Milano, Ancona, Ravenna ed altri centri minori.
- Si stabilisce definitivamente a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta, e divide la giornata fra impegni diplomatici e vita bucolica all’interno della celebre Pineta.
- Deve pur mangiare, bere, dormire e amare (la sua vis amatoria prorompe e Gemma è quasi sempre rimasta a Firenze)!
Alla luce di tutto ciò, mi chiedo quanto tempo ebbe a disposizione Dante per comporre le sue numerose e voluminose opere.
Non ha scritto tutto da solo
Un rapido calcolo (effettuato anche con l’ausilio del computer) mi porta ad ipotizzare che non scrisse tutto da solo e (come ogni buon artista) dovette avere dei collaboratori\amici e allievi di bottega che lavoravano per lui, al suo fianco !
La stessa vicenda dei diciassette canti finali del Paradiso, mancanti al momento della sua morte e stranamente ricomparsi dopo due anni, autorizza qualche sospetto.
A meno che non ci sia stata di mezzo qualche sostanza stimolante allora molto in voga fra gli intellettuali: la papaverina e l’Amanita muscaria!
Papaverina e Amanita muscaria
Che Dante ne facesse uso lo veniamo a sapere da un’epistola in forna di Egloga, che il poeta padovano Giovanni del Virgilio, docente presso l’Università petroniana, gli invia nel 1320 a Ravenna affinché lasci la città adriatica e si porti a Bologna.
Qui verrà incoronato d’alloro e potrà partecipare a una succulenta cena a base di capretti e formaggi ed al termine distendersi su un comodo giaciglio di origano, con tanto di saporis herba papaveris oblivia grata creans, cioè che cancella il ricordo degli affanni subiti e ravviva l’eco del bene compiuto!
Dante, tuttavia, non accetta l’invito per paura dei nemici che in quegli anni aveva sotto le Torri.
Preferisce continuare a occuparsi dello Studium ravennate, preparando le lezioni da offrire (a pagamento!) agli studenti. Anche questo incarico dovette sottrarre altro tempo al montepremi delle ore da riservare all’arte e all’autodifesa contro chi da tanti anni gli dava la caccia.
Un corpo segnato da malattie e privazioni
Dunque, Dante Alighieri va considerato un homo viator a tutto tondo. Costretto a vivere ai margini della società, a stili di vita rischiosi e dannosi alla salute psico-fisica (morirà a soli 56 anni), come hanno dimostrato le indagini medico-scientifiche condotte sulle sue ossa a Ravenna nel 1321.
Ha un corpo segnato da malattie e privazioni, cattiva alimentazione e notti trascorse all’addiaccio. E su tutto, un forte risentimento, quasi cinico, contro chi lo aveva scacciato per sempre dalla sua amata Firenze.
Angelo Chiaretti – Presidente del Centro Studi San Gregorio in Conca

