“New Delhi, India. Da una mail inviata a Dylan”: il nuovo racconto di Milena Renzi per noi di Valconca24.com

Il fiume Gange, IndiaIl fiume Gange, India
  • di Milena Renzi –

New Delhi. India. (Da una mail inviata a Dylan)

“La nostra cara bella India è cambiata. È forse diverso il mio approccio, ma realmente è cambiata nella forma e nei colori. Arrivata a Delhi non ho sentito lo stesso amore, lo stesso trasporto di allora… non ho trovato la stessa terra. La stessa gente. Di certo meno sporca, meno mendicanti più smartphone. Questo l’ho notato ed è arrivato come un pugno in pieno viso.

Uomini con solo un dothi indosso… senza maglia, senza scarpe, con un cartone sotto il sedere.. Mani sporche ma uno smartphone nuovo di pacca a concludere il quadretto.

Delhi è cambiata. Non vi è più traccia delle caste. Ne vedi solo due. Quella dei bramini e quella dei poveracci. Le classi di mezzo sono sparite, fagocitate dal nulla.

Milena Renzi

Non si comprende – almeno io non lo comprendo – come mai girino suv intrappolati tra i tuc tuc con questi uomini apparentemente sereni in un traffico denso e colloso… Non serve – mi ripeto – farebbero prima a piedi!

E poi c’è la mia cara vecchia Delhi con un caos immortale con i quartieri musulmani e quelli hindu che non accettano di ampliare le strade per non dare libero accesso alle forze dell’ordine. E di lì spariscono persone e cose come in un grosso lavandino a cui è stato tolto il tappo. Bestie appese al gancio da macello… venditori di noccioline… sarti e rottamai… in una danza tra odore di morte e di jasmin. 

Poi la bella ed inusuale Chandigard – bella per gli altri -. Un’invenzione di un architetto svizzero francese, amante del bello e della razionalità, che ha cercato di ingabbiare in un metodo tedesco un’intera cittadina di oltre un milione di persone.

Non pare l’India che conosciamo tutti. È verdeggiante, pulita, viali alberati e quartieri numerati, incasellati. Sei rotatorie ed un lago con barchette e lungomare come fosse Riccione. 

Non si vede un mendicante, solo ricchi ed ordinati uomini. Di donne manco l’ombra. Un museo per rendere omaggio a questo uomo per loro venerabile… per me deprecabile, che ha idealmente schiacciato persone, vacche e cultura sotto una scacchiera post moderna di appena 50 anni.

Perché? Chandigard non mi piace. Proseguo per la mia bella e paciosa Dharamsala. 

La strada per McLeoganji è diversa da allora. Si passa da un altro versante dove le strade sono più ampie e ci hanno ragionevolmente messo dei guardrails provvidenziali.

La guida è rimasta la stessa di allora: singhiozzante… convulsa… da infarto miocardico. Dharamsala è sempre lì. 

Arroccata a forza sul fianco bello della montagna. Il nome non le rende più giustizia. Ovvero “Casa di Riposo”. Il silenzio, la pace, la serenità che la contraddistingueva è stata surclassata da una moltitudine di indiani chiassosi. 

Vedere così la mia Dharamsala è stato come restare al primo banco in classe ad ascoltare delle unghie di tigre sulla lavagna… dall’alto al basso… e poi come se non bastasse dal basso verso l’alto.

Dharamsala dà la nausea. Si fatica a camminare. Si fatica a stare in piedi e salvarsi la pellaccia in mezzo alle auto, che pretendono a forza di passare in piccoli viottoli con il nulla attorno. 

Il Norbulingha è riuscito invece a farmi respirare di nuovo. Lì la pace mi ha attraversato il corpo a partire dai piedi… fino ad avvertire la mano del Venerabile posta sulla mia testa.

Lì ho rivisto i monti con le loro vette inviolabili e con i loro color argenteo. 

Ho visto le aquile, ho visto le vesti rosse dei monaci… Ho visto i giardini del Dalai Lama ed ho pianto di gioia. In quel posto ho ritrovato ciò che ero.

Ho rivisto la ragazza col cappotto nero, con la mala di osso avvolta al polso. Ho sentito la terra rossa del Prasad sulla fronte… Sono tornata ad essere quella ragazzina col sorriso aperto sul mondo e gli occhi ancora umidi dalla perdita di una madre. Lì sono stata felice. Lì ho conosciuto l’amore. Lì sono tornata a prendermelo. 

Ho salutato un paio di albe ed un paio di tramonti poi ho proseguito per Amritsar. Ci sono capitata proprio nella giornata dell’anniversario della nascita del Guru. 

Ho percorso a piedi nudi tutto il perimetro del tempio su tappeti congelati e gente in adorazione. È stato bellissimo. Amo Amritsar la sua gente il suo misticismo la sua romanticità travestita da fede. 

Mi sono avvolta in uno scialle ed ho assistito al bagno nelle sacre acque… fino a quando non sono stata avvicinata da un bellissimo ragazzo intimorito ed impacciato.

Era visibilmente emozionato nel vedermi e deve aver avuto tanto coraggio per rivolgermi questa frase. “Ma che bello vederti, sei sempre uguale, stessa voce di allora” alla mia incredulità e tentativo di spiegargli che non fossi io la sua musa, risponde che ci siamo conosciuti il 24 ottobre di qualche anno prima. 

Ho giunto le mani fino a portarle alla bocca in un misto di imbarazzo e tenerezza… Poi ho toccato il suo polso con dolcezza chiedendo scusa se non fossi colei che tanto cercava. 

Sono stata qui 12 anni fa amico mio… quasi a scusarmi… quasi con rammarico. Ho provato a pensare come mi sarei sentita nella sua posizione. Ed io quella sensazione l’avevo provata… ma con esito differente. 

Al sorgere del sole ho rivisto gli aquiloni sui tetti a terrazza. Aquiloni senza bimbi. Quelli non li ho visti. Ho visto centinaia di aquiloni prendersi gioco del vento e di me.

Sono tornata a farmi emozionare al cambio della guardia tra India e Pakistan. Ci sono tornata al pomeriggio e senza guida come fosse un rito da perpetrare ma senza mattina e senza qualcuno che bussasse alla mia porta. 

Ci sono tornata sedendomi dall’altra parte degli spalti. Ho cercato tra la folla quella ragazza dai capelli neri col cappottino nero e la mala di osso al polso sinistro. L’ho trovata in ogni volto ed ho rivisto il suo sorriso aperto sul mondo e gli occhi umidi e tristi non c’erano più.  

Agra con il suo forte rosso, con i suoi scoiattoli ammaestrati, con il Taj Mahal, con il suo amore intarsiato nel marmo di Macrana è rimasto addormentato. Incantato. 

Sarnath e Varanasi sono potenti. Arrivano agli occhi come dei lampi di saldatura e la notte – una volta a letto al buio – fotogrammi violenti di una Città Santa ridotta allo stremo ti pungono la retina costringendoti a guardare. Costringendoti ad assistere a scene umanamente inaccettabili.

E la mattina ti trovi gli occhi rossi – a causa dei lampi – ed una strana sensazione di pace. 

Varanasi o meglio Benares è più una città di morti che di vivi. 

I ghats sono un crocevia tra la vita e la morte. Ho percorso quei vicoli cercando razionalmente di dare un senso a quanto avessi visto, ma la razionalità non fa parte di quello stato nel lontano Uttar Pradesh. 

Lì si muore con la naturalezza tipica di una vacca paciosa nel traffico. Si muore tra lo sterco di vacca tra il legno di sandalo; tra un ciai ed un dhal. 

Lì si muore tra le ceneri miste all’acqua del Gange di un morto precedente. 

Si muore tra le Puje di qualche tempio e il rimestare di un panda ovvero di un becchino con la sua asta di bambù. Si muore tra la plastica ed il carburante di qualche barchetta. 

Si muore tra il bianco delle vesti degli uomini e gli sguardi trasversali delle donne tenute in disparte. Si muore a peso su di una bilancia per la legna ed una ciotola di burro chiarificato.

Si muore innanzi al fuoco sacro – tenuto in vita da tremila anni – si muore lì per non dover rinascere più e dare fine al samsara (il ciclo di nascita e morte).  Si muore così nella semplicità nella certezza che sia tutto naturale… come far volare un aquilone in cielo… Solo che qui la mano si vede”.