Sant’Ermete: “Io, Monia Cappiello, attrice nata e cresciuta tra le pareti di un’impresa meccanica”

 

– di Marco Valeriani – 

“Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state…”.

Perché scomodare il crepuscolare Guido Gozzano ad introduzione dell’incontro con un personaggio femminile che al crepuscolarismo – rilucendo di tante sfaccettature quante ne ha un diamante – non ha proprio nulla da chiedere?

Forse perché i giornalisti amano inventarsi finti parallelismi dai quali trarre l’incipit dei loro articoli.

Ebbene, l’incontro con Monia Cappiello è di quelli che riempiono. Riempiono di colori, oggetti, piccole ed impercettibili sfumature profumate, sorrisi ed emozioni ben poco attoriali. In più, aspetto fondamentale, nutrono: soprattutto il cervello.

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Lei è seduta accanto al camino. Nella grande casa di Sant’Ermete ci si sente protetti. I dettagli per distrarsi non mancano. Mobili, fiori, quadri, libri la sembrano osservare. Pronti a cambiare di posto, se necessario. Bene, la chiacchierata si preannuncia stimolante. Meglio non far aspettare il lettore.

Buon pomeriggio, lei è? La risposta scandisce il ritmo della polka.

“Mi chiamo Monia Cappiello (classe 1969). Cinque anni fa ho deciso d’ingranare la quarta e cambiare il profilo del mio mondo: sono attrice, mi occupo di casting (cinematografici e non), sono assistente alla regia, autrice…”.

Tarattata tarattata. Che sprint! Che vigore! E non potrebbe essere altrimenti.

“Al 50% sangue pugliese e per l’altro 50% sangue romagnolo, riminese”.

Un vero e proprio innesto nato da due vitigni robusti, odorosi, potenti al palato e dalla giusta sapidità (perdonateci il paragone da vigneron).

cosa sognavo a 15 anni...

“Diploma da geometra, ho affacciato il mondo del lavoro nell’impresa meccanica (mezzi agricoli, ndr) di mio padre, assieme a mio fratello. La capacità imprenditoriale, la tenacia tecnica, il saper uscire dalle situazioni –  anche quelle più intricate – sfoderando la soluzione giusta e senza mai arrendersi agli inconvenienti, li ho appresi lì in azienda. Giravo per le campagne guidando il camion, conoscevo tutti e sapevo come far fronte alle emergenze. Un autentico patrimonio che ho messo a frutto più avanti nel tempo, specie oggi”.

Prego?

“Nel mio lavoro, gli imprevisti sul set rappresentano quasi la regola. Invece di farsi prendere dallo sconforto, questa dote assorbita in officina mi carica a molla. Mi caratterizza e mi permette di arrivare all’obiettivo rapidamente”.

Suscitando qualche indivia, giusto?

“È un mondo in cui la maggior parte delle figure professionali, mi riferisco al ruolo di assistente alla regia, sono uomini. Le donne scarseggiano. Ma dell’invidia ho avuto un fastidioso assaggio in altre circostanze, come attrice. All’epoca… No, guardi se non cita la compagnia mi fa un grande regalo”.

crescere in officina (2)

Parliamo un po’ meglio della Monia attrice che nel santarcangiolese Samuele Sbrighi ha trovato il suo primo docente. Il web, i giornali, i social pullulano delle sue foto nei panni della Tabaccaia,  indimenticabile e stramaledettamente onirica figura del Fellini di “Amarcord”. Ma lo sa che se l’avesse conosciuta ora, quel ruolo non glielo avrebbe tolto nessuno?

“Una spiegazione c’è, credo. Io sono riuscita ad entrare in pieno nel personaggio della Tabaccaia perché l’ho studiata a lungo. Se vogliamo utilizzare un’iperbole, diciamo che prima di portarla ‘in scena’, tra le persone, lungo le vie e le piazze di Rimini e d’Italia, io la Tabaccaia l’ho fatta mia davvero, l’ho vissuta fino all’ultimo strato muscolare. Non ho dato sostanza ad una caricatura, ad un qualcosa che potesse apparire sgangherato. Ci sono realmente tutta io e la gente l’ha percepito, l’ha capito ed il successo è arrivato naturale”.

Ci vuol stupire? Si è sempre pensato che i riminesi fossero un po’ più pataca di quello che mostrano in giro.

“Saranno pure pataca (dipende poi da come pronunci la parola pataca), ma d’ingegno. Sono pataca capaci di guardare lontano, di anticipare i fatti. E non è cosa da poco”.

Il cinema, la tv, il web ci hanno insegnato che spesso e volentieri gli attori e le attrici rimangono prigionieri dei loro personaggi più fortunati ed amati dal pubblico. Teme accadrà pure per la Tabaccaia?

foto di Samuele Sbrighi

(foto di Samuele Sbrighi)

“Il rischio c’è, basta esserne consapevoli. Infatti la lettura, lo studio continuo, l’approccio ad altre progettualità (elencare tutte le collaborazioni di Monia è impossibile) è fondamentale per far sì che la visione di prospettiva venga ampliata e punti ad altro”.

Non a caso lei è da poco entrara a far parte del Teatro Accademia Marescotti, giusto?

“Giusto. È l’inizio di un altro percorso fatto assieme a vari insegnanti mentre più avanti, da febbraio, sarà lo stesso Ivano Marescotti a prenderci sotto la sua ala. Siamo in tutto 23”.

Dove trova il tempo per fare tutte queste cose?

“Organizzazione – gli impegni si moltiplicano – ed energia: entrambi non mi mancano. La vita è una fonte d’energia pressoché inesauribile. Perché farne a meno?”.

Il fuoco nel camino è ormai al minimo. Fuori dalla finestra si percepiscono le tonalità della sera. Lasciamo a Monia un’ultima richiesta. Un bel gruzzolo di fotografie da pubblicare insieme a queste poche righe. Magari non evitando quella in cui – ritratta a 5 anni – la vede protagonista della prima recita all’asilo, impanicata dura. Lei ruota leggermente la testa, ’rompe’ il silenzio spalancando un sorriso atomico e accenna il sì col capo.

Ci rivedremo?

 

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